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La lettera di un cittadino: “Questione Grave di Ciano, un cerotto per coprire le ferite del territorio”

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NOTA INTRODUTTIVA

Abbiamo ricevuto questo comunicato da parte del Comitato per la Tutela delle Grave di Ciano, che in questo periodo si sta attivando contro la costruzione delle casse di espansione lungo la Piave a Crocetta del Montello.
Si tratta di un post scritto su Facebook da un cittadino. Lo riportiamo integralmente:


FARE A BRANDELLI UN’OASI DI BIODIVERSITÀ E L’ART. 9 DELLA COSTITUZIONE NON È LA TRANSIZIONE ECOLOGICA

“La transizione ecologica è una lotta sistematica per combattere le “cause” e gli “effetti” dei cambiamenti climatici. È una lotta che esige la “ricomposizione sostenibile” fra gli interventi antropici e gli equilibri naturali sovvertiti dalle attività produttive umane. Il dissesto idrogeologico ha una matrice antropica che i cambiamenti climatici possono accentuare in modo drammatico, basti pensare all’alternanza di fenomeni opposti: periodi di siccità e il processo di desertificazione da un lato, alluvioni e allagamenti dall’altro.

Con il progetto delle casse di espansione sulle Grave di Ciano si vuole limitare il rischio delle inondazioni, delle alluvioni, degli allagamenti, ma nel prospettare tale soluzione si omettono sbrigativamente analisi tecnico-scientifiche-logistiche essenziali in una fase che si vuole di “transizione ecologica”.
Ma non solo. Il progetto delle casse di espansione sulle Grave di Ciano ho l’impressione sia come una specie di gigantesco cerotto con cui la classe politica alla guida della Regione Veneto da quasi vent’anni cerca di nascondere le ferite inferte al territorio veneto in nome della “competenza concorrente” (art.117 Cost.) del “governo del territorio”. Come se il consumo, la cementificazione, l’impermeabilizzazione del suolo che hanno caratterizzato il miracolo del Nord-Est non avessero contribuito alla creazione di un’emergenza ambientale legata alle intense precipitazioni.
Come se chi ha governato il territorio non dovesse rispondere della diminuita capacità di immagazzinare l’acqua per 2,4 milioni di m3 nel periodo dal 2012 al 2015 (Rapporto Ispra 2016) e per 1 milione di m3 da novembre 2015 a luglio 2016 (Rapporto Ispra 2017) per effetto della cementificazione. Quando, senza considerare la perdita delle funzioni ecosistemiche, il suolo viene consumato, eroso, impermeabilizzato, è come innescare una “bomba ecologica” che prima o poi esploderà e, nel caso delle casse di espansione sulle Grave di Ciano, coloro che sono parte del problema si presentano come gli artificieri per disinnescare la bomba ecologico-climatica degli allagamenti delle zone iper-impermeabilizzate.

Inoltre, con le progettate casse di espansione sulla Piave, si ripropone il problema di dove collocare “l’intervento tecnologico riparatore”, considerando la “geomorfologia” del territorio attraversato dal fiume, gli aspetti ambientali, naturalistici, paesaggistici e il loro legame inscindibile con una vera transizione ecologica, tutti aspetti su cui il Comitato per la Tutela delle Grave di Ciano non ha avuto momenti istituzionali in cui poter esprimere le proprie valutazioni e proposte.

La scelta del sito su cui collocare le casse di espansione, se effettuata nel segno di una vera transizione ecologica che consenta di consegnare alle future generazioni un ambito naturale ricco di vita e di bellezza, non può prescindere da una valutazione “dell’impatto ambientale” e “paesaggistico” e del rischio di “perdita di biodiversità”.

Il Comitato per la tutela delle Grave di Ciano ha promosso una petizione per richiedere il blocco del progetto delle casse di espansione su un sito di Rete Natura 2000 e sta facendo conoscere all’opinione pubblica le caratteristiche idrauliche e naturalistiche dell’area.

La zona delle grave di Ciano ha un’estensione di 5 chilometri quadrati, è una “piana di esondazione naturale” che già oggi, quindi, da il suo contributo in caso di piene ed è tutelata dalla Direttiva “Habitat” e dalla Direttiva “Uccelli”. Nell’area delle grave di Ciano sono presenti 14 tipi di habitat, 91 famiglie botaniche, 488 specie di piante (20% endemiche), 64 specie di uccelli e 20 specie tra anfibi e rettili e una vera transizione ecologica non può permettere che, per la realizzazione di 4 casse di espansione in questo sito, venga operata l’escavazione di 550 ettari e la costruzione di muraglioni alti fini a 8 metri per una lunghezza di 14 km.

Il Comitato ricorda come il “Piano Stralcio Sicurezza Idraulica del 2009”, l’unico studio ufficiale approfondito, indica come miglior soluzione il sito di Ponte di Piave e prevede altre misure minori per risolvere alcune criticità nel tratto Nervesa-Ponte di Piave.

Il Comitato chiede, inoltre, a completamento delle misure per contenere le piene previste dal “Piano Stralcio Sicurezza Idraulica del 2009”, l’adozione dello strumento del “Contratto di fiume” per una gestione partecipata delle comunità attraversate dal fiume di tutte le problematiche ambientali legate alla sicurezza idraulica. Ma in Veneto un’idea diversa di “governo del territorio” fatica a farsi strada, un po’ per lo sciame mediatico compiacente che svolazza attorno all’alveare leghista, un po’ perché le alternative politiche navigano a vista, scegliendo un’opposizione rituale, accademica o la scorciatoia consociativa su molte questioni ambientali (Spv e Olimpiadi in un’area Patrimonio dell’Umanità solo per fare qualche esempio) che di fatto consolida a livello culturale, politico ed elettorale l’idea di una “geopolitica condivisa”. Non possiamo poi meravigliarci se il Veneto detiene il primato nel “consumo di suolo”, nell’uso di “pesticidi”, nell’esposizione della popolazione all’inquinamento da “polveri sottili”: è inevitabile che la classe politica che guida la Regione da quasi vent’anni traduca la propria “spannometrica” ( come scrive Alberto Peruffo) competenza e conoscenza dei territori che amministra anche nella scelta dei luoghi. Lo sta facendo, non solo scegliendo le Grave di Ciano per le casse di espansione, lo sta facendo anche costruendo una superstrada (SPV) per lunghi tratti in trincea, sopra uno dei più “grandi bacini acquiferi d’Europa”, lo sta facendo anche organizzando un evento “panem et circenses” (Olimpiadi di Cortina 2026) nell’area dolomitica Patrimonio dell’Umanità. Grazie Zaia! Ci pensa poi una narrazione mediatica compiacente, imbevuta da una retorica propagandistica sull’autonomia, nelle sue diverse declinazioni (parassitaria, furbesca, etnico-razziale, economicistico-corporativa) a tentare di far passare l’idea che della scelta del luogo sia responsabile il Governo nazionale, nonostante il “Piano delle Azioni e degli interventi del 2011”, che inverte la priorità nella localizzazione del sito indicata dal “Piano Stralcio Sicurezza Idraulica del 2009”, porta la firma di Luca Zaia.

Resta il fatto grave che non possiamo, pur nel tempo dei cambiamenti climatici e dei loro effetti, parlare di transizione ecologica compromettendo il paesaggio e uno scrigno di biodiversità di 5 chilometri quadrati: è l’ennesimo attacco all’art. 9 della nostra Costituzione che tutela il paesaggio”.

Dante Schiavon

®Riproduzione riservata


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