Il dramma della chiusura dei negozi

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Ancora attività commerciali che chiudono nella pedemontana veneta, sempre meno negozi aperti in paese che portano, a cascata, spopolamento e degrado.

Purtroppo la questione è risaputa e non riguarda solamente un paese o una zona, ma è un male che affligge tutte le piccole comunità d’Italia.

Il basso feltrino

Alano di Piave non fa eccezione; alla fine del 2019 altre tre attività commerciali hanno chiuso i battenti per non riaprirli più: Da Milio Calzature Cartoleria Edicola di Bruculleri Giuseppe; CRAI – Alimentari e Tabacchi di Codemo Maria e gelateria Mixer di Buttol Sonia, sono gli ultimi di una serie che, per vari motivi, hanno deciso di non continuare l’attività.

“Uno dei problemi – commenta Serenella Bogana, sindaco del comune di Alano di Piave – riguarda l’assenza del ricambio generazionale: i vecchi proprietari ad un certo punto non possono più proseguire, ma se l’attività non viene presa da qualche giovane, inevitabilmente l’alternativa è la chiusura. C’è poi l’aspetto economico – prosegue il sindaco – la pressione fiscale non permette alle piccole attività di paese di sopravvivere, come amministrazione facciamo del nostro meglio, ma il problema proviene dal governo che a parole continua a fare annunci, ma nei fatti le promesse non vengono mantenute”.

Effettivamente l’amministrazione si è mossa per limitare il problema organizzando incontri con le associazioni di categoria e ricercando bandi specifici a favore dei commercianti, ma il problema è ben superiore e queste misure, da sole, non sono in grado di coprire le lacune di un sistema che sembra studiato appositamente per favorire la grossa distribuzione a scapito del piccolo.

Prova ne è l’ultima novità che da gennaio di quest’anno è obbligatoria per tutte le attività commerciali, ovvero il registratore di cassa telematico.

Una situazione in alcuni casi assurda: obbligare a cambiare il registratore di cassa con quello telematico quando in molti punti dei paesi non c’è nemmeno internet o, nel migliore dei casi, c’è una linea che funziona a tratti a causa di cavi vecchi ed usurati; non è certamente incoraggiante per chi volesse proseguire un’attività.

Oltre alla spesa di più di 1.000 Euro di un registratore di cassa telematico, c’è quindi anche il problema della rete da risolvere, sempre a spese del commerciante.

Per la precisione, esiste un contributo dedicato a queste spese che consiste nella copertura del 50% della spesa con un tetto massimo di 250 Euro nel caso di acquisto di uno strumento nuovo e un contributo di 50 Euro nel caso di modifica di quello esistente. Decisamente poco viste le spese reali da sostenere, senza tener conto dell’assistenza e del consumo della carta che continua comunque ad essere presente.

Anche cambiando paese, la situazione non migliora: “Hanno chiuso parecchie attività negli scorsi mesi nonostante i bandi che il nostro comune ha fatto a sostegno delle attività commerciali – ha esordito Ketty Bavaresco, vicesindaco del comune di Quero Vas – l’ultimo ad abbassare le saracinesche definitivamente è il negozio di generi alimentari di Schievenin gestito da Oriana Stramare. Ovviamente non è il registratore di cassa che fa chiudere i negozi – prosegue Ketty Bavaresco – questo è solo l’ultimo di una serie di problemi. Il fatto è che non c’è più il ricambio generazionale perché un’attività commerciale non garantisce più un utile; i piccoli negozi del paese hanno costi di gestione più elevati della grande distribuzione e se aggiungiamo il persistente periodo di crisi del lavoro, ecco che gestire un’attività commerciale diventa insostenibile. In aggiunta – conclude il vicesindaco – il macro sviluppo degli acquisti on-line peggiora ulteriormente la situazione anche se c’è ancora la voglia dei giovani di mettersi in gioco”.

L’alto trevigiano

Anche l’area del trevigiano non è esente da quella che possiamo definire l’emergenza dei negozi che chiudono; a Valdobbiadene l’ultimo a prendere questa decisione è stato Guido Vidori che il 31 dicembre ha definitivamente abbassato le saracinesche della sua cartolibreria: “Manca l’equilibrio economico necessario per il proseguo dell’attività” afferma Guido che, tradotto, equivale a dire: non c’è più margine di guadagno, quindi perché lavorare e dannarsi l’esistenza per restare poi con un pugno di mosche in mano?

A Segusino l’edicola Carmela Leggiero aveva chiuso a inizio anno come pure a Vidor con il negozio di prodotti biologici.

“Altre chiusure non si sono registrate – afferma Albino Cordiali sindaco del comune di Vidor – semplicemente perché ne sono rimaste aperte ben poche che, per ora, resistono”.

Cesare De Stefani con lo scontrino di chiusura

“Provo profonda amarezza nel vedere l’ottusità politica e mi fa soffrire lo stupido silenzio delle associazioni di categoria, AGCOM prima di tutte, che dovrebbero avere ruolo principale nel sottolineare allo stato che queste azioni non portano niente di buono nemmeno allo stato stesso”. Queste sono le parole di Cesare De Stefani che, insieme all’ex dirigente dell’Agenzia delle Entrate Luciano Dissegna, hanno fondato di recente il comitato AgiReagire per dare voce alle ‘vittime’ del fisco. “Non si rendono conto – prosegue De Stefani – che la chiusura dei negozi porta con se il crollo del valore degli immobili, la perdita di affitti, lo spopolamento ed il degrado del paese intero, solamente per favorire multinazionali e colossi commerciali che creano disastri sia economici che ambientali per la loro presenza”.

Poi si alza, va nel retrobottega e ritorna tirando fuori uno scontrino di chiusura giornata della sua attività “Senza tener conto – prosegue srotolando lo scontrino – che all’Agenzia delle Entrate non sono in grado fisicamente di gestire una mole così enorme di dati che arrivano quotidianamente in via telematica”.

Ma comunque, consoliamoci: c’è sempre la lotteria dello scontrino elettronico.


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